raccolta fotografica di frigoriferi di tutti i tipi. C'è anche il mio!
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Dai loro un ultimo sguardo.
Chiudi l'armadio, ci metti un bel lucchetto e lo sistemi nell'angolo più lontano, buio e inaccessibile della cantina. Ci accatasti davanti un sacco di robaccia per nasconderlo.
Esci dalla cantina pensando: "i miei scheletri sono al sicuro" e lo dici a voce alta, quasi a volerci credere davvero.
Ma poi succede che passa un mese, passano due mesi, sei, un anno, un anno e mezzo e l'armadio sta sempre lì, con il suo bel lucchetto chiuso.
E cominci a crederci davvero che i tuoi scheletri, il frutto dei tuoi misfatti, non vedranno più la luce e rimarranno per sempre chiusi nella loro improvvisata bara verticale.
E piano piano ti rilassi, perché sai che il tempo che passa è dalla tua parte.
Quando pensi a loro, ogni tanto, magari sveglio nel cuore della notte, sembra quasi che non siano mai esistiti. Il passato sembra avvolto da un velo nebbioso, come se tutto fosse accaduto in un sogno. Come quando la mattina, appena alzato, il sogno appena fatto, fino a quel momento nitido, comincia a sfuggirti, si dilegua lasciando solo qualche lembo di memoria che non riesci (o non vuoi) afferrare.
Ma poi accade.
Quando meno te lo aspetti, quando hai le difese abbassate, senti una voce che ti chiama, dalla cantina. Scendi le scale, più terrorizzato che titubante, e sai già che troverai l'armadio aperto, il lucchetto rotto, la ridicola barriera di cianfrusaglie violata e gli scheletri biancheggianti in bella evidenza, con i teschi che sembrano ghignare e sfotterti, come volessero dirti "ma davvero pensavi di farla franca? Davvero pensavi di ucciderci e mantenere il segreto in questo modo ridicolo?"
E davanti all'evidenza non sai far altro che negare, che quegli scheletri lì non ce li hai messi tu. Ma poi rifletti e pensi: "basta bugie" e ammetti che sì, li hai uccisi tu, ma era stato un incidente, con tutte le attenuanti del caso ma che piuttosto che pagare avevi scelto la via più comoda, quella di nascondere tutto, eliminare tutto, cancellare tutto. Ma il tempo che passa attenua le colpe?
Quel quindicenne che più di vent'anni fa uccise una donna e fu coperto dai genitori che cercarono di cancellare le tracce dell'omicidio per salvare il loro figlio. Quel ragazzino oggi ultratrentenne è stato smascherato, il suo delitto non rimarrà impunito.
Evidentemente è destino che prima o poi gli scheletri escano dagli armadi. Ed è quasi paradossale che quell'armadio non sia stato aperto quando non era in cantina ma in casa, senza lucchetto, con dentro i corpi putrescenti mangiati dai vermi che emanavano un fetore insopportabile.
Com'era possibile non sentirlo?
Chiariamo una cosa.
A me lo stato di Israele non sta simpatico neanche un po'.
Anzi, direi che la politica di repressione dello stato di Israele nei confronti del popolo palestinese mi sta proprio sul cazzo.
Se fossi stato il direttore della Fiera del Libro di Torino li avrei invitati come ospiti d'onore?
La risposta è no.
Detto questo però, pur rispettando le idee di tanti compagni che lanciano la parola d'ordine "boicottiamo la fiera del libro", dico subito che non sono per niente d'accordo.
La fiera è un evento culturale e non è giusto né sensato boicottare la cultura.
Non ho ora il tempo per approfondire la questione ma sono disponibile a discuterne con chi ha dei dubbi o è sicuro delle proprie scelte di boicottare la manifestazione.
Questo intervento di Antonio Moresco può fornirvi alcuni spunti di riflessione, anche se non condivido in pieno l'impostazione del suo articolo.
Io, da parte mia, alla fiera ci sarò.
Disteso sul letto in stato catatotico.
Febbre altissima, tosse devastante.
La mente persa in un limbo nebbioso di pensieri senza senso che si rincorrono l'un l'altro ma non arrivano da nessuna parte.
D'altra parte nessuno pretende coerenza di ragionamento nel pieno di un delirio febbrile.
Lo sguardo verso la finestra.
Bellissima giornata di sole. Intravedo le fronde alte di alberi sempreverdi mosse dalla brezza e un via vai di uccellini mi fa sorridere e apprezzare una volta di più la mia condizione genetica di provinciale campagnolo.
La radio a bassissimo volume non mi dà fastidio. Al delirio febbrile sta bene tutto, dall'eavy metal al trash pop. Impossibile pensare di cambiare stazione ogni volta. Quindi, tutto scorre.
Poi iniziano le prime note di questa canzone.
Non era lei a cantarla ma una voce maschile alla Frank Sinatra tuttavia il pensiero è andato subito a Audrey e a questo film della mia infanzia. A dire il vero la Hepburn non è mai rientrata nel mio tipo di donna ideale.. troppo sofisticata, troppo di classe, troppo eterea, troppo aristocratica.
Già all'epoca più o meno incosciamente consideravo una stronzata fare colazione davanti alle vetrine di una gioielleria.. chissà, forse il mio animo proletario covava già sotto la cenere.
Ma nel delirio febbrile non c'è spazio per queste considerazioni. Ho solo pensato: ma la Hepburn quando è morta? E scorrendo la mia agendina mentale di quasi cinefilo, lì, nel lettone, febbricitante, ho tirato fuori questo film di venti anni fa, l'ultimo in cui recitò:
E nell'affollarsi di pensieri l'angelo Audrey cede il passo a questo film, all'epoca molto amato dal ventenne militante perché parlava in modo molto convincente di amore eterno.
Non che oggi io non creda più all'amore eterno.. ma allora ci credevo in modo totalizzante, con una visione pura, mistica, incorruttibile, estrema. Invece l'esperienza insegna che l'amore, anche quello eterno, è fatto di innamoramento, passione, cadute, risalite, errori, condivisione, divisione, sentimento, gioie, dolori, in una alternanza di momenti costruttivi e distruttivi che a volte ti fanno pensare se non sia meglio essere colti da una letargia dei sensi e dei sentimenti che ci dia finalmente un po' di pace.